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Alberto Vigevani - Il primo cliente

Data 01/12/2020       Categoria Articoli e pubblicazioni
Autore Admin

Alberto Vigevani - Il primo cliente

Se c’è nell’ombra più lontana della mia memoria una città voluttuosa che avrebbe potuto, vi fossi capitato, conquistarmi senza poter resistere, è l’Alessandria dei tempi di Kavafis: odalisca distesa sui guanciali di un Matisse o salottiera viennese dai tratti ebraici alla Klimt. Non la paragonerei ai personaggi femminili del minore dei Durrell (il maggiore, come scrittore, non parlò di esotiche bellezze nel gustosissimo libro La mia famiglia e altri animali).

Quella città si è ricreata in me con una sua aura sensuale particolare, come la Milano per Stendhal o, in tante schegge preziose, la Parigi dei Petits poèmes en prose di Baudelaire, miracolosamente rifiorita con Benjamin. Un’aura che ha sfiorato Ungaretti, la Casa rossa, il mio barbuto Pea. Per la più parte dei levantini fu soltanto – giocando sulla parola – un’aria, un costume, non arrivò a essere un’aura. Eppure su quello sfondo di un Egitto tuttavia mediocre, conobbi il mio primo cliente di libri, che certo non aveva letto Baudelaire, se non forse in classe una poesia; membro di una famiglia italiana che aveva in concessione le poste egiziane, i suoi avevano preferito le scuole francesi come le migliori.

Venne a Milano quando dall’Egitto se ne andarono gl’inglesi. A Milano, sposata un’intelligente chimica, creò un’industria di profumi e moda in genere e costruì per la propria impresa, che dal suo nome chiamo Nicky Chini, una palazzina di bella architettura, di fronte alla sede milanese della Rai, allora Eiar. Non leggeva, ma era un uomo creativo anche se talora ai margini del Kitsch e, siccome teneva alle apparenze, lo persuasi a destinare una sala della casa a una biblioteca che m’incaricò di costituire.

Dei libri che piacevano a lui non m’intendevo, di quelli che piacevano a me, stavo appena iniziandone la conoscenza: non ero ancora un bibliofilo, soltanto un lettore. Incominciai a procurargli libri per lo più illustrati e spesso dai titoli per lui seducenti, come Le centoventi giornate di Sodoma del divino Marchese, scrittore che non riuscii mai a leggere, tanto lo trovavo noioso. Preferiva le opere complete, in molti volumi e con illustrazioni, soprattutto di Brunelleschi, appena un po’ galanti o eroticizzanti, sebbene spesso caricaturali, e alcuni volumi di Pierre Louys. E poi gli autori famosi, da Maupassant a Balzac.

A malapena, perché non illustrati, riuscii a fargli digerire Proust e Gide, appena usciti o che stavano uscendo da Gallimard, in formato grande e su carte di pregio. Si era assai vicini a qualcosa di simile alla guerra, la ‘non belligeranza’, e i libri francesi (Chini non conosceva bene altra lingua) scarseggiavano. Cominciai a cercare materiale fuori Milano, a Torino, a Roma, ma senza grandi risultati. La fortuna la trovai da Dallai, un libraio antiquario installatosi di recente nella vecchia Genova, a piazza De Marini.

Scendevo alla stazione di Porta Principe e, seguendo il tracciato in pendio dei carrugi, mi godevo a morsi una focaccia calda e unta che mi rammentava le felici vacanze estive in Liguria. Dallai stava in una sorta di grande edicola barocca a cui si arrivava per una larga scala, collegata a una chiesa. Lascio correre la memoria: controllare a più di mezzo secolo di distanza non conviene. Come si arrivava, Dallai scendeva silenziosamente da un soppalco per una scaletta di legno. Sembrava, basso di statura, tracagnotto e quasi irretito dalla possente muscolatura, un nano dall’aria triste, la pelle cotta dal sole, i mobilissimi occhi. Mi affascinava ciò che riuscivo faticosamente a carpirgli di una vita originale e avventurosa. Sin dalla prima gioventù aveva fatto l’acrobata e, seguendo quelli che allora chiamavamo ?circhi equestri?, aveva girato in lungo e in largo l’Europa del Nord, dai Paesi Bassi alla Scandinavia, alla Russia. Anni difficili, a volte di fame, a volte di una ricchezza che vedeva sciogliersi tra le mani. Nato con la passione dei libri, ebbe l’idea di affidare a loro la propria futura sicurezza. Quando poteva ne comperava, così che, dopo ogni tournée fortunata, spediva a Genova un baule pieno. I libri migliori trovavano posto nel sotterraneo della chiesa e ora che il fisico gl’impediva di fare l’acrobata, si era dedicato alla libreria.

Ci prendemmo in reciproca simpatia, la sua tristezza rivelava una profonda umanità, caratteristica degli attori dei circhi e soprattutto dei clowns: da bambino avevo conosciuto Giacomino, il famoso clown del Circo Krone, cliente e poi amico di mio padre avvocato. Dopo una chiacchierata, ogni volta che arrivavo da lui, Dallai mi accompagnava nel sotterraneo che aveva il forte odore dei sepolcri delle antiche chiese. Li disfava qualche pacco: si trattava sempre di una serie (fossero tre, quattro o più volumi) di ‘opere complete’ di autori francesi, stampate alla fine dell’Ottocento, vagamente ricordo, da Hachette su carta del Giappone in tirature limitate e legate in pieno marocchino, per ogni serie di colore diverso, da Belz-Nidrée, legatore un tempo di Napoleone III, o dal suo atelier. Le legature erano molto belle, anche come stato di conservazione: i piccoli ferri dei dorsi lucevano d’oro. Divennero la passione di Chini: voleva poi, quando gli portavo le opere di un autore, che gli parlassi di lui, in modo da poter fare bella figura con i clienti o gli amici che riceveva, tra cui gl’intimi delle partite a canasta o a poker della sera. Era un uomo simpatico, aveva un bel sorriso. Durante la guerra, levantino e amante dell’intrigo fino in fondo (io ero rifugiato in Svizzera), offriva, in virtù di un’estesa rete di relazioni con la borsa nera, pranzi a federali fascisti e a ufficiali della Wehrmacht, che ammiravano la sua ‘cultura’, in mostra nelle sfavillanti legature, mentre al pianterreno, dov’era la fabbrica, si riunivano clandestinamente sotto la sua protezione i partigiani dei Sap, tra cui mio fratello Giorgio.

In casa del mio primo cliente, Giorgio dormì una notte, il poco che dormiva in quei drammatici anni, prima di occupare all’alba, con un manipolo di guardie di finanza, il dirimpettaio palazzo dell’Eiar, da cui fece sentire per primo la voce di una Milano finalmente libera.

Alberto Vigevani
La febbre dei libri
Memorie di un libraio bibliofilo
Sellerio editore - Palermo




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