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Alberto Vigevani - Libri, primi amori

Data 01/12/2020       Categoria Articoli e pubblicazioni
Autore Admin

Alberto Vigevani - Libri, primi amori

Qualche volta mi chiedo come ci si avvicini ai libri e, nel mio caso, perché ai libri invece che alle arti, al teatro, o alla musica. E, a parte la musica e l’‘arte’ della moda, di più popolare e recente beatificazione, mi sono occupato di arti figurative e per alcuni anni di teatro e anche di cinema, ma, con la letteratura, i libri sono stati il mio destino. Penso che conti molto l’ambiente in cui si nasce, l’atmosfera nella quale si cresce. I nonni paterni erano poverissimi, avranno posseduto al più un Pinocchio o il Cuore di De Amicis, a non contare, essendo ebrei, qualche libro di preghiere. I materni stavano in un’altra città. In famiglia c’era una biblioteca di buoni libri, frutto di regali; tra cui volumi stampati su carte speciali e numerati della collezione dell’editrice Modernissima (creatura raffinata di quel grande e sfortunato editore che fu Gian Dauli: autori Thomas Mann, Alfred Doblin, Thornton Wilder, Arthur Schnitzler, Radcliffe Hall, ma li avvicinai assai più tardi, quando la mia iniziazione era cosa fatta, tra Pierino porcospino e Senza famiglia, che non so quante volte rilessi, Incompreso e Saturnino Farandola, Zanna bianca e Il richiamo della foresta). I fumetti non esistevano, così che subito incontrai Verne e soprattutto Salgari, che più di un primo amore fu duratura, divorante passione. Godevo come grandi vacanze le malattie infantili, dalla scarlattina al morbillo o agli orecchioni. Leggevo e leggevo fino a scaldarmi le tempie e a bruciarmi gli occhi più a causa delle letture smodate che delle occasionali febbri. Ma i libri che mi procuravo con i miei mezzi di ragazzino non bastavano mai. Così ricordo che mio padre, socio della Dante Alighieri, mi accompagnò alla piccola biblioteca circolante dell’associazione, in via Gesù (o Sant’Andrea), di cui divenni assiduo frequentatore, anche, penso, per la grazia della giovane e bella bibliotecaria, in quegli anni Camilla Cederna, che ebbi tante occasioni d’incontrare poi. Ma presto anche la Dante Alighieri non mi bastò più e mi feci iscrivere al Circolo Filologico, che mi servì, con le sue tristi e buie sale, di rifugio e pretesto ‘culturale’ quando, cattivo allievo quanto assatanato lettore, bigiavo le lezioni alle medie. Ma non ho amato i libri solo con le mie, riconosco, disordinate letture, ma anche fisicamente: quand’erano nuovi anche il loro odore, il loro tatto, la loro presenza, che mi si faceva necessaria e calmava la mia irrequietezza adolescenziale. Mi diedi coraggio e cominciai, raramente potendo comperare qualche volume, a frequentare le librerie, la cui atmosfera mi avvolgeva di calore e mi dava l’opportunità di sfogliare i libri, di accarezzare le copertine e i dorsi con lo sguardo, imparando titoli e argomenti di quello che poteva divenire il mio futuro nutrimento. Non sapevo ancora, anzi nemmeno lontanamente immaginavo, che sarei diventato un letterato e un libraio, tantomeno antiquario. Altre prospettive artistiche mi attiravano: il teatro – a cui mi aveva introdotto mio padre, avvocato di celebri attori, come Ermete Zacconi o Vera Vergani –, le arti figurative o il giornalismo.

Alberto Vigevani
La febbre dei libri
Memorie di un libraio bibliofilo
Sellerio editore - Palermo




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